Biennale Architettura 2021: come vivremo insieme?

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La ricerca dell’ispirazione è una parte vitale del mio lavoro creativo. Questo è uno dei motivi per cui amo le fiere d’arte. Vedere artisti e designer usare i loro mezzi individuali per esplorare i molti problemi con il mondo moderno non manca mai di rinvigorire il mio spirito e dare vita a nuove idee. Sebbene quest’anno sia stato particolarmente difficile per viaggiare con le restrizioni che stanno lentamente aumentando, ho avuto la fortuna di visitare la 17a Biennale di Architettura di Venezia e ho pensato che quest’anno in particolare sarebbe stato importante condividere i momenti salienti e le esperienze.

La mostra di quest’anno, dal titolo “Come vivremo insieme?”, è curata da Hashim Sarkis e organizzata dalla Biennale di Venezia ed è aperta al pubblico fino al 21 novembre 2021 ai Giardini e all’Arsenale.

Gli architetti invitati a partecipare alla Biennale Architettura 2020 sono incoraggiati a includere altre professioni e collegi elettorali: artisti, costruttori e artigiani, ma anche politici, giornalisti, scienziati sociali e cittadini comuni. In effetti, la Biennale Architettura 2020 afferma il ruolo vitale dell’architetto come convocatore cordiale e custode del contratto spaziale”.

La domanda: “Come vivremo insieme?” è tanto una questione sociale e politica quanto spaziale. Ogni generazione lo chiede e risponde in modo diverso. PiĂą di recente, le norme sociali in rapido cambiamento, la crescente polarizzazione politica, i cambiamenti climatici e le vaste disuguaglianze globali ci stanno facendo porre questa domanda con maggiore urgenza e su scale diverse rispetto a prima. Parallelamente, la debolezza dei modelli politici proposti oggi ci costringe a mettere al primo posto lo spazio e, forse, a guardare al modo in cui l’architettura modella l’abitare per potenziali modelli di come potremmo vivere insieme.

La Biennale di quest’anno è stata ispirata dai nuovi tipi di problemi che il mondo sta ponendo di fronte all’architettura, ma è anche ispirata dall’attivismo emergente dei giovani architetti e dalle revisioni radicali proposte dalla professione di architettura per affrontare queste sfide. Ma piĂą che mai, gli architetti sono chiamati a proporre alternative. Come cittadini, mobilitiamo le nostre competenze per unire le persone per risolvere problemi complessi. Come artisti, sfidiamo l’inazione che deriva dall’incertezza per chiedere “E se?”. E come costruttori, attingiamo dal nostro pozzo senza fondo di ottimismo. La confluenza dei ruoli in questi tempi nebulosi non può che rendere piĂą forte la nostra agenzia e, speriamo, piĂą bella la nostra architettura. Con questo vorrei mostrare alcune delle mie mostre preferite.

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Seeking inspiration is a vital part of my creative work. This is one of the reasons why I love art fairs. To see artists and designers use their individual mediums to explore the many issues with the modern world never fails to reinvigorate my spirit and give birth to fresh ideas. Though this year was a particularly difficult one for travel with the restrictions slowly lifting I was fortunate enough to visit the 17th Venice Architecture Biennial and I thought that this year particularly it would be important to share the highlights and experiences.

This year’s exhibition, titled “How will we live together?”, is curated by Hashim Sarkis and organized by La Biennale di Veneziaand and is open to the public until 21st November 2021 at the Giardini and Arsenale venues.

The architects invited to participate in the Biennale Architettura 2020 are encouraged to include other professions and constituencies—artists, builders, and craftspeople, but also politicians, journalists, social scientists, and everyday citizens. In effect, the Biennale Architettura 2020 asserts the vital role of the architect as both cordial convener and custodian of the spatial contract.”

The question, “How will we live together?” is as much a social and political question as a spatial one. Every generation asks it and answers it differently. More recently rapidly changing social norms, growing political polarization, climate change, and vast global inequalities are making us ask this question more urgently and at different scales than before. In parallel, the weakness of the political models being proposed today compels us to put space first and, perhaps look at the way architecture shapes inhabitation for potential models for how we could live together.

This year’s Biennale was inspired by new kinds of problems that the world is putting in front of architecture, but it is also inspired by the emerging activism of young architects and the radical revisions being proposed by the profession of architecture to take on these challenges. But more than ever, architects are called upon to propose alternatives. As citizens, we mobilize our skills to bring people together to resolve complex problems. As artists, we defy the inaction that comes from uncertainty to ask “What if?”. And as builders, we draw from our bottomless well of optimism. The confluence of roles in these nebulous times can only make our agency stronger and, we hope, our architecture more beautiful. With this I would like to showcase some of my favorite exhibits.

1. SECOND ACT by Maarten Baas


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Quattro lunghi sipari rossi, sospesi al quarto piano, il cortile e la porta d’acqua nascondono uno spettacolo di cui non si conosce la trama. “Second Act” è il nome di questa installazione site-specific dell’artista e designer olandese Maarten Baas (in collaborazione con lo scenografo Theun Mosk), in occasione della Biennale di Architettura. Al quarto piano si può visitare anche “Sweepers”, una mostra che fa parte della famosa serie Real-Time Clocks.

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Four long red curtains, suspended from the fourth floor, the courtyard and the water gate conceal a performance whose plot is unknown. “Second Act” is the name of this site-specific installation by Dutch artist and designer Maarten Baas (in collaboration with set designer Theun Mosk), on the occasion of the Architecture Biennale. On the fourth floor you can also visit “Sweepers”, an exhibition that is part of the famous Real-Time Clocks series.

2. Spanish pavilion


 

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Il Padiglione spagnolo è una riflessione sulle idee del dubbio. “L’incertezza è un gabinetto di curiositĂ ; una vasta gamma di oggetti non ortodossi non presenti nelle concezioni tradizionali dell’architettura che ci porteranno a esplorare nuovi territori”, hanno affermato i curatori in una nota. La realizzazione fisica è una camera galleggiante di migliaia di pezzi di carta, sospesi nell’aria in un’installazione immersiva. Le carte sono risposte alla domanda della biennale, e sono le proposte per la convivenza scelte da un bando aperto agli architetti di tutto il Paese.

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The Spanish Pavilion is a rumination on ideas of doubt. “Uncertainty is a cabinet of curiosities; a wide range of unorthodox objects not found in traditional conceptions of architecture that will lead us to explore new territories,” the curators said in a statement. The physical realization is a floating chamber of thousands of pieces of paper, suspended in the air in an immersive installation. The papers are answers to the question of the biennale, and are the proposals for living together chosen from an open call to architects around the country.

3. Making Worlds


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La globalizzazione ha lasciato molto a desiderare. AnzichĂ© aspettare pazientemente che la cosmopolitica si adatti all’occasione, l’immaginario architettonico sta progettando mondi migliori: it mondo come unity vitale, come un’unica megalopoli; it mondo in cui natura e infrastrutture si intrecciano; it mondo che recupera la sua biodiversita e la sua storia naturale; it mondo che offre elementi minerali ed effimeri per arricchire le nostre vite e la nostra coscienza; it mondo in cui diamo espressione formale ai sistemi nascosti che devono essere protetti e nutria.

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Globalization has left us with much to be desired. No longer patiently waiting for cosmopolitics to rise to the occasion, the architectural imaginary is projecting better worlds: the world as a vital unity, as one megacity; the world where nature and infrastructure are intertwined; the world that recovers its biodiversity and natural history; the world that offers up mineral and ephemeral elements to enrich our lives and our consciousness; the world where we give formal expression to the hidden systems that need to be protected and nurtured.

4. Obsidian Rain


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Obsidian Rian e una sezione trasposta di una Belle grotte del Mbai in Kenya, che a metĂ  del ventesimo secolo fu abitata da combattenti anti-colonialisti e usata per pianificare la loro resistenza. L’installazione consiste in una collezione di pietre di ossidiana appese al soffitto con corda di canapa. Sotto c’e un tavolo destinato a ospitare discussioni sull’ambiente e su altri argomenti rilevanti, tra cui lo stato dell’arte architettonica in Kenya, nel continente africano e oltre. II progetto qui non si limita alle innocue attivitĂ  di un convenzionale edificio museale o alla sua politica, che spesso offre poco spazio per sfidare apertamente lo status quo. Una (ri)costruzione di questa antica istituzione e della stessa pratica dell’architettura all’interno del contesto africano per contribuire, a nostro modo, alla consapevolezza globale e alla discussione intorno alla nuova era geologica in cui viviamo, Anthropocene.

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Obsidian Rain is a transposed section of the Mbai cave in Kenya, which was inhabited in the middle of the twentieth century by anti-colonial freedom fighters who used it as a commune chamber to plan their resistance. The installation consists of a collection of obsidian stone hanging from the ceiling with sisal rope. Beneath it is a table meant to host discussions about the environment and the state of the architectural discipline in Kenya, the African continent, and beyond, among other relevant topics. The project here is not confined to the often innocuous activities of a conventional museum building or its politics that often provide little freedom to overtly challenge the status quo of the prevailing times. A (re)construction of sort of this age-old institution and the practice of architecture itself within the African context; while still in our own way contributing to the global consciousness and discourse surrounding the new geological age we live in, the Anthropocene.

5. Magic Queen


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Magic Queen e un ambiente ibrido the incorpora e fonde sistemi biologici con materiali organici e macchine, creando un ecosistema di empatia e coesistenza. L’installazione esplora it rapporto tra elementi naturali, tecnologia e sistemi viventi, favorendo la creazione di una ecologia di soggetti non umani. E un habitat artificiale in grado di ripristinarsi e di nutrirsi, ridefinendo it ruolo dei sistemi abitativi in architettura. E un giardino performativo robotico con suolo stampato in 3D. I sensori rispondono e l’apprendimento automatico crea un feedback continuo tra rilevamento, virtualizzazione e cambiamento indotto. Ii suo spazio abitabile combina caratteristiche visive, uditive, olfattive e tattili in modo da catturare l’esperienza dei sensi in questa nuova forma mediata di natura. Nessun elemento di questo ambiente potrebbe esistere senza la presenza degli altri: e l’interconnessione delle entitĂ  biologiche. La flora fungina e la struttura del suolo dipendono dal robot the le nutre, mentre it robot fa affidamento sulla loro esistenza per muoversi. L’interconnessione tra tutu gli elementi e la loro performance generano un suono ambientale, mentre un’interfaccia visiva svela it flusso altrimenti invisibile di impatto e crescita.

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Magic Queen is a hybrid environment incorporating and fusing biological systems with organic materials and machines, creating an ecosystem of empathy and coexistence. It explores the relationship among natural elements, technology, and living systems favoring the creation of an ecology of non-human subjects. It is a built habitat that can restore and nurture itself, redefining the role of living systems in architecture.lt is a performative 3D-printed soil robotic garden. Sensors respond and machine learning creates continuous feedback among sensing, virtualizing, and induced change. Its inhabitable space combines visual, auditory, olfactory, and haptic features to capture the sensual experience of this new, mediated form of nature. Nothing in it could exist without the presence of the other: interconnectivity in biological entities.

6. Grove


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Grove è un luogo di incontro formato da alte colonne fluttuanti e tettoie simili a nuvole. Appese al soffitto vi sono guglie intrecciate, sfere e nuvole digitalizzate. Inglobata in questa foresta c’è una vasta gamma di altoparlanti che creano un paesaggio sonoro 3D realizzato da Salvador Breed, un collaboratore dell’autore con base ad Amsterdam. Gli effetti sonori sussurrati e le volteggianti emissioni spettrali di movimento e luce si raccolgono attorno a un’apertura centrale. Uno schermo circolare centrale proietta un film dei londinesi Warren du Preez e Nick Thornton Jones in cui si esplorano mondi in formazione. L’ambiente dell’Arsenale è gemellato con un altro ambiente interattivo intitolato Meander e che si trova a Cambridge, in Canada. Il film espande lo spazio di Grove attraverso un’esplorazione virtuale degli strati intrecciati di Meander.

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Grove is a gathering place created by soaring floating columns and cloud-like canopies. Lightweight digitally fabricated meshwork spires, spheres, and clouds are suspended from the ceiling. A vast array of speakers embedded within this forest form a 3D soundscape by Amsterdam-based collaborator Salvador Breed. Whispering sound and hovering ghostly emanations of movement and light are grouped around a central opening. A circular screen at the core reveals a film by London-based Warren du Preez and Nick Thornton Jones exploring worlds in formation. The Arsenale environment is twinned with another interactive environment entitled Meander, located in Cambridge, Canada. The film expands the space of Grove with a virtual exploration of Meander’s interwoven layers.

7. Make a Space for My Body


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Make a Space for My Body presenta tre spazi in scala antropometrica. Attraverso la materialità, le proprietà spaziali e l’espressione formale, i moduli instaurano un dialogo direttamente con lo storico spazio espositivo della Biennale, incorporando l’involucro edilizio circostante nel progetto esposto. L’installazione mira ad arricchire l’esperienza architettonica senza sminuire l’essenza del prezioso spazio esistente. Il corpo umano fa da linea guida e i moduli vengono modellati secondo i bisogni programmatici di solitudine o di comunità. La loro geometria chiara promuove le sottili sfumature dello spazio circostante. Le proprietà specifiche della lana e del legno generano una matericità accentuata, con i due materiali accoppiati e raffinati in forme acclimatate per realizzare spazi destinati ai corpi. In ogni modulo i materiali sono manipolati in modo leggermente diverso, con tecniche derivate dalle tradizioni vernacolari.

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Make a Space for My Body presents three anthropometrically scaled spaces. Through materiality, spatial properties, and formal expression, the modules engage in a direct dialogue with the historic exhibition space of La Biennale, incorporating the surrounding building envelope into the displayed project. The installation aims to enrich the architectural experience without diminishing the essence of the valuable existing space. With the human body as a guideline, the modules are given shape according to programmatic needs of solitude or community. Their clear geometry promotes the subtle nuances of the surrounding space. An accentuated materiality is driven by the specific properties of wool and wood, with the two materials paired and refined into climatized forms to make spaces for bodies. In each module the materials are manipulated slightly differently, with techniques derived from vernacular traditions.

8. Material Culture: Rethinking The Physical Substrate For Living Together


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La sostanza materiale dell’architettura offre il substrato fisico sul quale possiamo vivere insieme. Tuttavia, la materialità e la materializzazione degli edifici si trovano davanti a delle dure sfide. La costruzione è una delle attività umane con il più alto grado di consumo di materiali ed è molto dannosa per l’ambiente. Allo stesso tempo, però, le Nazioni Unite prevedono che in futuro ci sarà una crescita del bisogno di nuovi edifici. In architettura si rendono quindi necessarie delle esplorazioni di una nuova cultura materiale. Ed è proprio la natura a fornire una siffatta alternativa paradigmatica: quasi tutte le strutture portanti biologiche sono realizzate con compositi di fibre. La costruzione fibrosa offre un approccio materiale profondamente diverso per la costruzione degli habitat umani del futuro. Maison Fiber—il componente centrale di questa installazione—è un modello radicale di un futuro materiale per l’architettura. Sviluppata per questa Biennale Architettura 2021, è la prima struttura abitabile, multipiano, fibrosa del suo genere, realizzata interamente con materiali compositi in fibra di vetro e carbonio. Ogni elemento costruttivo è stato individualmente personalizzato utilizzando un processo di fabbricazione robotica che dà luogo a un’espressione distintiva pur ricorrendo all’uso di una quantità minima di materiale.

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The material substance of architecture provides the physical substrate on which we live together. Yet the materiality and materialization of buildings face severe challenges. Construction ranks among the human activities that consume materials the most and is significantly detrimental to the environment. At the same time, the United Nations predicts an increasing need for new buildings in the foreseeable future. Explorations into a new material culture in architecture are, therefore, necessary. Nature provides just such a paradigmatic alternative: almost all biological, load-bearing structures are made from fiber composites. Fibrous construction offers a profoundly different material approach for building human habitats in the future. Maison Fiber—the central component of this installation— is a radical model of a material future for architecture. Developed for this Biennale Architettura 2021, it is the first inhabitable, multistory, fibrous structure of its kind, made entirely from glass and carbon fiber composites. Each building element is individually tailored using a robotic fabrication process, resulting in a distinctive expression while using a minimal amount of material.